Manhattan Cattolica

Facendo il bagno, per la prima volta quest’anno, proprio in prossimità del pontile al centro del litorale di Cattolica, sono rimasto colpito guardando il litorale dal mare: c’era qualcosa di nuovo e piuttosto disturbante. All’improvviso ho realizzato che la skyline della nostra cittadina è mutata, ed anche clamorosamente (vedi foto). Non ci avevo fatto caso prima.
Solo osservando la costa da lontano infatti si può valutare l’entità dell’impatto che il fabbricato in costruzione in via Dante ha rispetto alle strutture alberghiere circostanti: è quasi un corpo estraneo.
Questo e altri esempi mi fanno pensare che noi cittadini stiamo subendo una speculazione sempre più spinta in nome degli investimenti nel mattone, un’architettura che obbedisce quasi esclusivamente alle logiche del profitto.
Penso che nel prossimo futuro la logica conseguenza di queste scelte politiche e economiche sarà quella di sviluppare la cittadina in altezza, dal momento che si sta esaurendo lo spazio edificabile orrizzontale: il territorio del comune, come tutti sanno, è un fazzoletto di terra ormai completamente saturo di edifici.
Così il fabbricato in questione potrebbe essere il primo esempio, il capostipite di quello che diventerà il nostro territorio nel prossimo futuro. Con il beneplacito degli amministratori ci troveremo a vivere in mezzo ai grattacieli…
Chiaramente sono i dettami del guadagno facile e le collegate connivenze politiche che portano inevitabilmente alla speculazione edilizia più sfrenata: appartamenti, negozi, uffici, centri commerciali… Perderemo forse la nostra bella Cattolica a dimensione d’uomo sacrificata in nome del dio quattrino?
Qualcuno malignamente afferma che è già andata ineluttabilmente perduta. Non sono ancora del tutto d’accordo: prima di fare certe affermazioni bisognerebbe vedere con i propri occhi le periferie delle metropoli come Bangkok, Mosca, Londra o, per rimanere in Italia, Milano…
Grande però è lo sconforto nell’osservare la mia piccola città scivolare gradualmente verso un modello di sviluppo architettonico e urbanistico che ne tradisce la natura di ridente cittadina balneare.
12 luglio 2007 alle 14:19
Ciao,
La devastazione e la cementificazione selvaggia del territorio italiano, in particolare delle sue coste è un fenomeno che sembra ormai inarrestabile, ma che affonda le sue radici nell’epoca del boom economico degli anni ’60.
Allora erano in Italia molto poche, inascoltate e non di rado sbeffeggiate, quasi fossero profeti solitari che gridavano nel deserto, coloro che denunciavano le orribili deturpazioni nei confronti dello splendido paesaggio italiano.
Tra tutti spiccava la figura di Antonio Cederna, autore di memorabili libri denuncia corredati di ampie documentazioni fotografiche degli scempi che da Nord a Sud venivano compiuti nella più totale impunità e inconsapevolezza dell’incalcolabilità dei danni inferti a quel bene pubblico per eccellenza che è il territorio, l’ambiente naturale e storico-culturale.
Ricordo in particolare il suo “Brandelli d’Italia : come distruggere il bel paese” in cui, nell’introduzione, Cederna scriveva con grande lungimiranza e acutezza :
“…potenti gruppi finanziari sono pronti a investire decine e centinaia di migliaia di miliardi in “grandi opere”, centri direzionali e commerciali, porti turistici, dighe che non servono a niente, lotizzazioni gigantesche : il nostro capitalismo arretrato fonda ancora le sue fortune sul saccheggio del territorio”.
Nonostante tutto ancora oggi, ad anni di distanza da queste analisi impeccabili, si ritiene da parte di moltiarchitetti, ammistratori locali e nazionali, politici e sociologi che la bellezza e l’armonia del paesaggio debbano e possano essere sacrificate sull’altare del dio Progresso e “Sviluppo”, quasi fossero un lusso che non possiamo permetterci.
Si spendono cifre esorbitanti per arredi urbani spesso discutibili e per progetti di riqualificazione che finiscono talvolta per erigere vere e proprie cattedrali nel deserto senza nessuna pertinenza con la realtà viva di un territorio ed della sua storia.
Nessuno che pensi alla necessità vitale di preservare l’anima del paesaggio, quello che i latini chimavano “genius loci”, lo spirito del luogo.
Una città , un luogo, un territorio, come ben sapevono le antiche culture, è infatti prima di tutto spirito, magia, aura, fascino e unicità , e non solo un ammasso, oggigiorno sempre pià informe, monotono e caotico, di edifici e negozi.
Perciò una politica, un’urbanistica e un’economia che preservino il più possibile quest’anima del paesaggio e del luogo, sono o meglio sarebbero una politica, un’urbanistica e un’economia che hanno compreso che esistono beni e valori immateriali e non direttamente quantificabili, altrettanto se non più importanti di quelli puramente materiali e quantificabili in termini economici e di profitto.
Un ambiente urbano brutto e disarmonico non può che produrre effetti negativi e altrettanto disarmonici sui sensi e sulla mente dei suoi abitanti, spesso anche in modo inconcio e non immediatamente percepibile.
Penso proprio ci sia un’intima e invisibile corrleazione tra la bruttezza crescente delle nostre città , in primis delle periferie, e la sempre maggiore rozzezza, insensibilità , grossolanità e volgarità dei comportamenti delle persone che incontriamo e vediamo intorno a noi. Evidentemente l’”aria” che si respira trasuda disequilibrio, volgarità , avidità e sfruttamento.
Ma tutto in noi, nella parte più profona di noi, la nostra essenza interiore, che ne siamo o no consapevoli, tende invece all’armonia, all’equilibrio, alla bellezza e se non li trova, né fuori nè dentro di sé, reagisce con sdegno, malumore, insoddisfazione, inquietudine ; sentimenti che molte persone cercano di soffocare attraverso droghe, musica martellante, forme di divertimento stupide e vuote, velocità ed eccessi di ogni tipo.
Un grande filosofo contempraneo diceva che osservando il modo con cui gli uomini abitano un luogo e le Terra in genere, si comprende che rapporto intrattengono con l’essere. Mi chiedo, se avesse potuto vedere in che stato abbiamo ridotto la nostra costa, assassinata dal cemento, cosa ne avrebbe dedotto riguardo allo stato attaule del nostro essere.
Forse che l’abbiamo completamente dimenticato e accantonato, sepolto sotto una coltre di indifferenza verso noi stessi e il mondo che ci circonda, nell’illusione che gli affari e il saccheggio siano l’unica modalità di intrattenere rapporti con l’ambiente e il territorio che abbiamo ricevuto in consegna dai nostri avi e predecessori.
Che cosa lasceremo in eredità alle future generazioni ?
Andrea